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martedì 9 agosto 2011

Comore, battello si scontra contro scogli, 50 morti

Articolo tratto da Peace Reporter (http://www.peacereporter.net)



Imbarcazione con 100 passeggeri affonda a 1,8 miglia dalla costa. Il naufragio sarebbe da imputarsi al maltempo e a un guasto dei motori

Dopo un'avaria di entrambi i motori, un battello con a bordo 100 passeggeri è affondato durante la notte nelle Comore.

L'imbarcazione è andata alla deriva nel Canale di Mozambico, prima di scontrarsi su un banco di scogli a 1,8 miglia dalla costa e colare a picco.

La nave, salpata dalla capitale Moroni e diretta verso l'isola Anjouan, aveva lanciato un Sos, ma i soccorsi hanno raggiunto il luogo dell'incidente solo diverse ore dopo.

Finora sono stati recuperati i corpi di 50 vittime, ma secondo il procuratore generale, Solilh Mahmud, "altri sono rimasti intrappolati dentro al relitto sommerso".

La Croce Rossa ha reso noto che una sessantina di supersiti sono riusciti a raggiungere la costa a nuoto e sono ora ricoverati in ospedale.

venerdì 15 luglio 2011

REP. CONGO, 420MILA DLR PER AMBIENTE E AGRICOLTURA

Articolo tratto da AGI (http://www.agi.it)

16:52 13 LUG 2011

(AGIAFRO) - Brazzaville, 13 lug. - La Fao ha accordato alla Repubblica del Congo una sovvenzione di 422mila dollari per realizzare progetti per la messa in sicurezza del territorio e contro l'erosione idrica a Brazzaville. Lo ha reso noto il ministro per lo sviluppo e l'Ambiente, Henri Djombo.
L'obiettivo del progetto, oltre alla messe in sicurezza del territorio urbano e suburbano della capitale, e' anche quello di garantire la sicurezza alimentare e migliorare le condizioni di vita della popolazione. Per questo i fondi messi a disposizione della Fao serviranno per progetti tesi al miglioramento della produttivita' delle terre agricole. Secondo il rappresentante della Fao a Brazzaville, Dieudonne' Koguiyagda, tutti gli interventi si inseriscono nell'ambito del raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.
(AGIAFRO) -

sabato 25 giugno 2011

Nasce "Tumaini", il progetto di ricerca contro la tubercolosi in Tanzania

Articolo tratto da "Sassari Notizie" (http://www.sassarinotizie.com)

Domani alla facoltà di Medicina la presentazione dell'iniziativa
di Michele Spanu

Una foto della missione in Tanzania (foto: Ufficio stampa Università di Sassari)
Una foto della missione in Tanzania (foto: Ufficio stampa Università di Sassari)

SASSARI. "Tumaini", in dialetto africano, significa "speranza". Per i ricercatori dell'università di Sassari, invece, è l’acronimo di "Tuberculosis in Moshi Area: a pilot Integrated Intervention", un progetto attivato tra la Sardegna e la Tanzania con un obiettivo che, per la popolazione del luogo, vale molto più di una semplice speranza: abbattere il raggio di azione della turbercolosi, malattia che ogni anno causa migliaia di morti in Africa. L'importante iniziativa è promossa dal dipartimento di Neuroscienze e Scienze Materno-Infantili dell'ateneo turritano e cofinanziato dalla Regione Sardegna in collaborazione con il partner africano National Institute for Medical Research (NIMR). Domani, sabato 25 Giugno, a partire dalle 8.45, il progetto sarà presentato nel corso di un seminario si terrà nell’aula magna della facoltà di Medicina dell’Università di Sassari, in viale San Pietro 43/b. L'obiettivo principale del progetto Tumaini, che dovrebbe durare circa un anno, è quello di ridurre i tassi di incidenza e mortalità della tubercolosi delle comunità rurali della regione rurale del Kilimanjaro, area di Moshi, della Tanzania, attraverso il rafforzamento della sorveglianza attiva e passiva della malattia: un modello strategico per monitorare altre malattie ad alta frequenza o impatto sociale nella popolazione locale.

Una squadra di alto profilo clinico, sanitario e tecnologico dell'Università di Sassari ha già effettuato la prima missione del progetto in Tanzania. Il responsabile scientifico è Maura Pugliatti, mentre il capo progetto è Piero Sanna. Il team è inoltre composto da Stefania Zanetti, Piero Pirina, Luciana Contini, Paola Molicotti, Valentina Spada e dall’esperto informatico Alessandro Usai. Il primo passo compiuto è stato l'analisi dello stato attuale dei presìdi sanitari periferici del distretto di Siha (Regione del Kilimanjaro,Tanzania), l'avvio delle operazioni di riorganizzazione di queste strutture e la definizione delle modalità di comunicazione e raccolta dati attraverso software e via web. Il progetto prevede, inoltre, l'informatizzazione e la connessione in rete dei centri di assistenza sanitaria della regione di Moshi attraverso un software web-based integrato, che utilizza una banca dati per la raccolta di dati clinici e demografici dei pazienti, gli operatori sanitari potranno registrare i casi di tubercolosi e condividere le statistiche con le altre strutture. Una volta a regime, questo sistema di monitoraggio potrà essere adottato dal sistema sanitario locale tanzaniano per intervenire sulla tubercolosi e su altre patologie, in rapporto al loro grado di diffusione villaggio per villaggio, zona per zona.

Tumaini è solo l'ultima delle iniziative di cooperazione internazionale portate avanti dall'Università di Sassari per fornire un contributo concreto e sostenibile allo sviluppo del potere decisionale locale e tecnologico, e nella formazione nei Paesi in via di sviluppo nel settore della sanità. Le strutture coinvolte in questo progetto di ricerca sono tante: oltre ai dipartimenti di Medicina Clinica Sperimentale e Oncologica e di Scienze Biomediche dell'Ateneo sassarese, l'Azienda sanitaria locale 1 di Sassari, la VM Imaging S.r.l. di Sassari e il partner tecnologico Krene Srl del gruppo Bassilichi. L'iniziativa si avvale inoltre di Osservatori internazionali, rappresentati dalla Sardinian Mediterranean Imaging Research Group (fondazione SMIRG), del Dipartimento di Economia dell’Università di Cagliari e dell’Università norvegese di Bergen. Al seminario di domani interverranno oltre allo staff sardo anche alcuni collaboratori del partner tanzaniano National Institute for Medical Research di Dar es Salaam: G.S. Mfinanga e B. Ngowi del N, i medici G.S. Mfinanga, B. Ngowi e dell’area di intervento, R. Mcharo e R. Mmari, B. Mbaga, suor L. Shayo e M. Malick. Gli ospiti tanzaniani svolgeranno corsi di formazione nelle strutture mediche dell'Ateneo.

lunedì 9 maggio 2011

Zimbabwe, Mugabe verso l'addio

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)

I servizi gli hanno notificato l'avviso di sfratto: nel 2013 dovrà farsi da parte. I "securocrati" si preparano a cambiar tutto perché niente cambi

L'avviso di sfratto gli è arrivato mentre era a Singapore, ufficialmente per sottoporsi ad un'operazione agli occhi. Così, Robert Mugabe ha appreso che la sua carriera di presidente-despota dello Zimbabwe è giunta al termine. A dargli l'annuncio, i vertici dell'onnipotente apparato di sicurezza del Paese, in una teleconferenza ad alta tensione al termine della quale Mugabe è tornato ad essere quello che è: un signore di 88 anni, spaventato più che spaventoso. Il messaggio recapitatogli era estremamente chiaro: "Smettila di minacciare le elezioni un giorno si e uno no: si voterà l'anno prossimo ma a quel punto potrai (leggi dovrai) farti da parte". L'indiscrezione è arrivata dal Zimbabwe Standard ed è stata confermata da altre fonti: "Lui (il presidente, ndr) non è più padrone delle sue facoltà - ha detto, dietro richiesta di anonimato, un alto funzionario dei servizi al Sunday Times - e la gente non ci prenderà seriamente se ci presentiamo di nuovo con la sua candidatura e sta pur sicuro che si presenta di nuovo contro Tsvangirai (Morgan, l'attuale premier, ndr) perderà clamorosamente". Quindi, l'ordine impartito all'anziano leader è stato quello di rimandare il voto di un anno per dare tempo agli apparati di creare un nuovo candidato da far vincere, perché possano continuare a tenere il potere senza metterci la faccia. "Le uniche speranze che ha lo Zanu Pf è di trovare un successore da vendere al pubblico da qui al 2013", ha detto un'altra fonte allo Standard.

Lo Zanu Pf (Zimbabwe African National Union - Patriotic Front) altro non è che il partito-stato di Mugabe che in Zimbabwe detiene il potere ininterrottamente dall'indipendenza, dichiarata nel 1980. I gerarchi, che all'ombra del dittatore hanno costruito impressionanti reti di potere, ora non hanno più bisogno di colui che negli ultimi anni era diventata la loro marionetta, e si apprestano a cambiare tutto perché non cambi nulla. Ma mentre preparano la exit strategy che porterà al giusto pensionamento di Mugabe, sempre più stremato dagli anni e da un tumore alla prostata che è la vera causa dei frequentissimi viaggi a Singapore, le anime nere del regime cominciano ad affilare le armi in vista dell'esplosione definitiva di quella faida interna da anni in corso sotterraneamente. Da una parte c'é l'ex generale Solomon Mujuru, potente anche grazie alla moglie Joyce, una dei vice di Mugabe, dall'altra l'altrettanto potente ministro della Difesa Emmerson Mnangagwa. Il primo nucleo rappresenta l'ala che, tra molte virgolette, si potrebbe definire moderata, essendo il secondo capofila dei cosiddetti falchi. Le manovre sono già iniziate: la corrente di Mujuru sembra poter contare su diverse protezioni in Sudafrica, Paese che da anni lavora per avere accanto un regime meno controverso di quello attuale. Ma soprattutto, il fronte moderato starebbe conducendo trattative segrete con il principale partito di opposizione, il Movement for Democratic Change del premier Tsvangirai. Mugabe aveva perso contro di lui già quattro anni fa ma esercito e servizi lo costrinsero a rifiutare i risultati e a restare in sella, per proteggere i loro affari. Nacque così un governo di unità nazionale con lo scopo di superare l'emergenza e il rischio di una guerra civile. Ora che questo tentativo è naufragato, Mugabe aveva cominciato a minacciare elezioni anticipate, senza che il processo di revisione costituzionale fosse stato completato. Da qui, lo stop dei suoi servizi: niente elezioni e uscita di scena nel 2013.

Chi comanda davvero in Zimbabwe si appresta quindi a fabbricare una transizione di cartapesta. Il despota verrà accantonato, in un trionfo di retorica che enfatizzerà il meritato riposo del guerriero, qualche riforma maquillage verrà anche adottata ma i veri centri di potere, e cioè il partito ma anche l'esercito, i servizi e la polizia, non ci pensano nemmeno a farsi da parte. Questo spiega perché in questi giorni si sia accentuata la campagna di violenze contro l'opposizione e i suoi sostenitori: vanno spaventati. Per restare solo agli ultimi giorni, domenica è stato quasi raso al suolo il villaggio di Nyambeya, nella Cashel Valley. Miliziani, "veterani", soldati travestiti da mesi assaltano case e proprietà di membri o simpatizzanti dell'Mdc, in tutto il Paese. Lo stesso apparato repressivo che ha requisito i possedimenti dei bianchi, costringendone migliaia alla fuga, da qualche anno è stato riorientato contro i "nemici" neri, descritti come cavalli di Troia dell'Occidente predatore. Il Mugabe che si è genuflesso davanti al papa qualche giorno fa, è lo stesso che ha dato inizio ad un'escalation di violenze che, c'é da giurarci, non si arresterà con la sua dipartita.

Alberto Tundo

sabato 16 aprile 2011

Swaziland, alla corte dell'ultimo satrapo

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net), articoli anche sulla pagina fan di Facebook su "Il Mondo Futuro".

Arresti e disordini nel regno dell'ultimo sovrano assoluto al mondo. Donne e spese pazze stanno mettendo nei guai questa monarchia fuori dal tempo

Come tutti i sovrani abituati all'adulazione e alla genuflessione, il re dello Swaziland deve aver perso la testa quando lo scorso 12 aprile un corteo di manifestanti, che sfilava contro il suo regime, è apparso come dal nulla nelle strade di Manzini, il principale centro economico del Paese. La polizia ha sparato lacrimogeni, proiettili di gomma e ha fatto arresti a raffica e a caso. Oltre duecento persone sono finite in galera. Il vento mediorientale della rivoluzione soffia anche in questa sonnolenta monarchia africana dove gli abitanti sono talmente legati alla corona da aver preso addirittura il nome da un loro re (Mswati II, ndr). Eppure, a Mswati III è riuscito di incendiare questo staterello, il secondo più piccolo dell'Africa, incastonato tra Sudafrica e Mozambico. La miccia l'ha accesa lui stesso, quando qualche settimana fa ha deciso di tagliare il salario dei dipendenti pubblici per far fronte alle altissime spese sostenute dalla sua sconfinata corte dei miracoli. Nello Swaziland, il 70 per cento della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Il sovrano invece può vantare un patrimonio di oltre cento milioni di dollari, tanto da meritare un posto nella speciale classifica stilata da Forbes dei 15 monarchi più ricchi del pianeta. Però ha chiesto di stringere la cinghia ai suoi sudditi, già affamati. Decisamente troppo, tanto da spingere un potente sindacato sudafricano, Cosatu, che da anni finanzia lo Swaziland Solidarity Movement, a muoversi contro di lui.

Nello Swaziland non c'é opposizione, non ci sono partiti né sindacati. Ci sono un parlamento e un governo, di nomina regale, con un potere nullo di fronte alla parola del sovrano. La situazione è tanto assurda che, anni fa, fu addirittura il presidente-despota dello Zimbabwe, Robert Mugabe, a invitare il re ad avviare un processo di revisione costituzionale per temperare il suo assolutismo. Speranze mal riposte, perché Mswati era ed è rimasto l'ultimo sovrano assoluto del mondo. La giornalista-blogger Maureen O'Connor lo ha definito "un pagliaccio che vive in un mondo di 500 anni fa". In effetti, il suo Swaziland è a metà tra una monarchia assoluta, una satrapia e una signoria feudale, dove il sovrano ha diritto a scegliere una moglie da ogni clan del Paese. Ad oggi ne ha 14 ufficiali, alle quali si aggiungono diverse promesse spose per un totale di 23 figli. Nulla in confronto al padre, che ebbe 70 consorti e 210 figli. Le donne, insieme alle auto di lusso, sono la sua passione ma gli sono costate tanto, in termini politici. Se infatti il bilancio dello stato segna il rosso, tanto da costringerlo a tagliare il salario agli statali, è (anche) perché le sue signore non badano a spese. Ognuna vive in un palazzo da milioni di dollari. Tutte amano poi concedersi lunghi tour di shopping in Europa e questo ha finito per stancare i suoi pazienti sudditi. Nel 2002, per esempio, fece scandalo il noleggio di un jet privato per la modica somma di 48 milioni di dollari. All'epoca, il Paese era nel pieno di una tremenda carestia che aveva lasciato quasi un quarto degli abitanti senza cibo.

Per le donne Mswati ha anche infranto la legge e anche questo ha contribuito a rovinarne l'immagine. La decima moglie, ad esempio, Zena Mahlagu, secondo la madre di costei, fu rapita diciottenne e costretta al matrimonio contro la sua volontà. L'undicesima, invece, Noliqwa Ntentesa, convolò a nozze col sovrano che aveva solo 17 anni e pazienza se la legge che punisce rapporti sessuali con minorenni l'aveva firmata lo stesso re. La candidata moglie numero 14 è dovuta fuggire in Sudafrica per sottrarsi all'abbraccio del tiranno, che ha rischiato di finire avvelenato per mano della numero 1, LaMbikiza, detta "la regina ribelle", anche lei portata a corte che aveva 16 anni. Scoperta, fuggì a Londra da dove ritornò dietro preghiera del generoso maritino. Con un tale numero di mogli, amanti, fratelli e cognati, il re passa buona parte del suo tempo a difendersi da trappole e intrigi di corte, perché nello Swaziland sesso e politica si mescolano facilmente. A ottobre, il mondo scoprì che Mswati aveva le corna ad opera del ministro della Giustizia il quale aveva una liason con la sua dodicesima moglie, Nothando Dube, ex miss Teen Swaziland, che secondo fonti di palazzo lasciava il palazzo travestita da militare, per non essere scoperta. Le teen-ager piacciono molto al sovrano che di solito sceglie le sue mogli durante cerimonie dette Uhmlanga, feste in cui migliaia di vergini provenienti da ogni parte del Paese ballano per lui. Il regno di Mswati III è un surreale anacronismo che è stato oggetto perfino di un documentario: in Without the King, il regista Michael Skolnik segue una delle figlie del re, la principessa Sikhanyiso, nel suo viaggio dallo Swaziland verso un college californiano. Alle immagini di palazzi sfarzosi e lussi sfrenati, si contrappongono quelle di una povera famiglia di uno sperduto villaggio che cucina interiora di un animale trovate nella spazzatura. La monarchia ha vietato la diffusione del documetario, giudicandolo sedizioso. I sudditi di Mswati III sono scesi in strada anche senza vederlo.

Alberto Tundo